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BIOGRAFIA PADRE BENIGNO CALVI

Angelo Calvi nacque il 23 Luglio 1909, terzogenito dei poverissimi genitori Francesco Calvi e Teresa Ceserani, crebbe ad Inzago, un paese come tanti che sorgono vicino all'Adda. Un portone si apre su un grande cortile circondato dalle abitazioni di varie famiglie. Appena sorpassato l'androne d'ingresso, sulla destra, l'abitazione antica dei Calvi. Della vecchia costruzione non rimane quasi più nulla: è stata rimodernata. Solo due finestre del retro, ci disse Luigi, sono ancora quelle della loro infanzia. In quella casa, in quel cortile, crebbe il giovane Angelo, come un qualsiasi ragazzo della suo tempo. "Premetto che mio fratello -- sono parole del fratello Luigi --, modestia a parte, era un ragazzo molto responsabile, allegro e generoso; allegro, ma generoso. Aveva 13, 14 anni; aiutava molto la mamma, lavava i piatti, le pentole... Poi, noi avevamo i bachi da seta. Si piantava le tavole: lui ragazzino, per aiutare la mamma si arrampicava su per dare la foglia, quelle del gelso. Dopo, andava a lavorare; lì, in bottega, [in via Piola] faceva il falegname, e prima di andare alla bottega - era un ragazzino - con il giacchettino in mano andava in chiesa a salutare Gesù, a fare la visita. Un 'altra cosa. Siccome mio papà era contadino, avevamo la terra qui, al "Soldone" e mio papà aveva la mucca. Ci mandava quindi, noi due - lui era maggiore di me di due anni -, a fare l'erba per la mucca. Ma io a dir la verità non avevo molta voglia di lavorare, mi piaceva giocare. Lui, tutto deciso, tutto sudato, faceva l'erba. Ogni tanto io lo facevo diventar matto, perché mi piaceva dargli dei pizzicotti: lui allora mi correva dietro ed io scappavo. Un'altra cosa importante. Anche se stava lavorando, quando sentiva la campana che annunciava che si stava portando il viatico a qualche morente, piantava lì tutto, prendeva la giacchettina e correva in chiesa. Aveva 12, 13 anni. Mio papà non gli diceva niente, perché sapeva che era molto attaccato alla pietà, e andava in chiesa a sentire il prete. Noi avevamo una casa di paglia - lo chiamavamo il "casinot" - e lì a fianco c'era un roseto. Quelle rose guai a toccargliele: se le prendeva lui e le portava alla chiesa dell' oratorio. Era devoto alla Madonna, era un ragazzo molto di pietà: ma non era un "torcicollo", era gioviale, allegro, anche di compagnia. Un'altra cosa devo dire, che ho dimenticato. C'era una mia zia che lo prendeva sempre in braccio da piccolino e lo portava in chiesa: e lui con le manine faceva segno di voler andare avanti. E mia zia ha detto: "Questo ragazzo andrà prete senz'altro!". Lei è morta molti anni prima e non l'ha visto sacerdote. Terminate le scuole elementari chiese di poter lavorare come apprendista falegname per dare un aiuto alla famiglia che non versava certo in floride condizioni economiche. Aveva capito che avevano bisogno di lui; ed anche dopo la partenza per Cherasco, questo legame lo mantenne per tutta la vita partecipando da vicino a tutte le situazioni ed avvenimenti della vita dei genitori e parenti. Tutta la sua corrispondenza ai genitori e familiari è un farli partecipi della sua vita e partecipare della loro. La falegnameria in cui entrò il ragazzo apparteneva al sig. Caldarola, padre di Carlo, che sarà l'amico intimo destinatario di tante lettere da parte di P. Benigno. Ma la sua bontà non era che frutto di autodisciplina. La testimonianza di un suo compagno di lavoro è illuminante: "Io gli sono stato compagno nella bottega di falegname. Minore di cinque anni, talvolta non riuscivo a reggere bene la sega quando segavamo in copia. Quando vedeva che tiravo storto, faceva capolino [dall' altra parte] e mi guardava con aria ammonitrice, senza dir parola. Era un furiosetto!" Quando non era al lavoro a casa o in falegnameria, era in oratorio. Fu qui che maturò la sua vocazione. All' inizio, le attività oratoriane erano state le solite: frequenza alle conferenze, al catechismo, i giochi comuni, le recite, la scuola di canto (Angelo aveva una bella voce tenorile). L' entusiasmo ed il fervore aumentò quando l' Assistente, Don Giuseppe Callegari, iniziò i Ritiri mensili e le Ore di Adorazione alla sera, con esami di coscienza e Confessioni. Don Giuseppe, aveva riadattato a Cappellina per l' Oratorio l' ex-laboratorio di falegnameria di una cooperativa di falegnami, che era sorta in fretta ed altrettanto in fretta si era sciolta. In essa si conservava il Santissimo, e durante il giorno era sempre frequentata da qualche ragazzo, che sostava in preghiera. Don Giuseppe aveva insegnato ai ragazzi a pregare, a far meditazione: "Era riuscito ad ammaliare, in senso buono, un folto stuolo di giovani, nei quali contribuì a far sbocciare molte vocazioni: non meno di una trentina. Egli stesso, alla fine si fece missionario comboniano... Ricordo che don Giuseppe chiedeva spesso ai suoi giovani di pregare e sacrificarsi per quelli che non frequentavano l'Oratorio: la domenica dopo si vedevano arrivare facce mai viste!". Il suo amico e compagno Carlo Caldarola ricorda, di questo periodo, una visita al convento di Concesa: "Ogni anno l'Oratorio s. Luigi faceva una bella passeggiata a Concesa, con barconi sul Naviglio Martesana. Anche l' anno 1924 si fece questa passeggiata, e giunti al Convento-Santuario entrammo per la preghiera, mentre all' Altare si stava compiendo la cerimonia della Vestizione di un gruppo di Novizi. Era il 14 Settembre del 1924. Meravigliati, ci guardammo in viso come per dire: "È bello!". Allora io esclamai: "Veniamo anche noi?", e terminato, uscimmo di Chiesa, ma quella visione rimase nel nostro spirito. Angelo decise poi per il Carmelo, mentre io scelsi per don Bosco. Nulla sapevo però della sua decisione. S. Teresa del Bambino Gesù. lo aiutò e ne venne imitatore". Dal 1915 i Carmelitani scalzi della provincia Lombarda avevano a Monza un collegio per gli aspiranti all'Ordine, ma allo scopo di aiutare le vocazioni di ragazzi di una certa età, se ne aprì un altro in Piemonte, precisamente a Cherasco, in provincia di Cuneo. Qui, nel novembre del 1926 entrò anche Angelo Calvi e vi rimase sino al Giugno del 1928. Angelo aveva lasciati da parecchi anni gli studi per dedicarsi al lavoro e all'assistenza della famiglia, e quindi gli riuscì difficile tenere il passo con i compagni nel corso scolastico già iniziato. Il ragazzo, che non era entrato in collegio spinto da motivi superficiali, ma consapevole delle difficoltà che avrebbe incontrato e risoluto a superarle, non si perse d'animo, raddoppiò l'impegno mentre si affidava all'intercessione di S. Teresina. Dio premiò la sua buona volontà, tanto sa riuscire fra i primi del suo corso. Angelo fu sempre convinto che questo risultato lo doveva alla protezione della "sua" Santa. E tutte le lettere successive saranno improntate ad uno spirito di fede e devozione particolare a S. Teresa, di cui prenderà il nome da religioso. Ma fu la sua bontà d'animo, la sua mitezza a lasciare il ricordo più duraturo. Ecco una fresca testimonianza di un compagno: "Nei piccoli contrasti era il buon compagno che non sapeva litigare; e quando faceva un po' la voce grossa, gli dicevo: "Taci! Non sai litigare! Non è così che ci si inquieta!". A Piacenza, da studente di teologia, era il Decano (il più anziano, che aveva l'incarico di guidare la disciplina dei suoi compagni). Ricordo che più di una volta gli dissi: "Non sei capace di fare il Decano. Devi intervenire energicamente e far cessare certe divergenze. Ed egli, rivolgendosi a me con l'abituale sorriso, mi faceva comprendere che con la longanimità e la pazienza si ottiene molto di più che non con la severità e l'asprezza". L'alba dei 21 Giugno 1928 è salutata nel convento di Concesa, dal suono festoso delle campane. Sei giovani, terminato il corso ginnasiale, inginocchiati dinanzi al Superiore, stanno per impegnarsi in un' esperienza più diretta con la vita religiosa. Con la cerimonia della Vestizione, si apre il Noviziato. Sarà un anno di prova, per saggiare concretamente, sotto la direzione del P. Maestro, le proprie forze e la consistenza della propria vocazione. Al termine della cerimonia, il Superiore, ricordò il desiderio espresso dal Calvi qualche giorno prima, e, quasi sillabando: "Tu ti chiamavi Angelo Calvi; da oggi in avanti ti chiamerai fra Benigno di S.Teresa del Bambino Gesù".Un anno scandito dall'orario della vita comune, nella normalità dei gesti e degli atteggiamenti esteriori. Interiormente, invece, un desiderio intenso di consacrarsi per sempre a Dio. Il 26 giugno 1929, la Professione religiosa, e poi con i compagni si trasferisce nello Studentato di Milano per gli studi filosofici; tre anni dopo a Piacenza, per quelli teologici. Preghiera, vita comune, studio. Sempre, esteriormente, nulla di straordinario. Egli seguì la massima della sua S. Teresa: la santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare le cose ordinarie in modo straordinario. Fra le pieghe di un' amabile semplicità, nascondeva la vera virtù cristiana: quella fatta non di poesia o di sentimentalismo, ma di sforzi tenaci della volontà.A noi non è dato di conoscere l'intimità e la profondità della sua anima, né quali sforzi gli costasse la virtù, ma da manifestazioni che potevano cadere sotto il controllo ci è permesso arguire come nell' anima di fra Benigno le virtù cristiane avessero una profonda radice ed una vitalità non comune.Come lo ricordano coloro che gli furono vicini in questo periodo? "In tutto il tempo che io lo ebbi a Piacenza come studente e Padrino - (sacerdote da poco ordinato) - sempre ho notato in lui spirito religioso, vera e soda pietà e grande spirito di sacrificio. Inoltre fu puntuale e tutti gli atti comuni, di esempio ai suoi compagni, rispettosissimo coi superiori e con tutti i religiosi. Era di carattere sempre uguale. Assicuro che mai l'ho visto alterato o crucciato, ma sempre mite, dolce e uguale in qualsiasi circostanza, sia prospera che avversa. Qualunque osservazione e correzione, veniva da lui accolta con umiltà: la metteva in pratica e me ne era tanto riconoscente".Questo carattere lo faceva il beniamino degli ammalati. Testimoniano che, quantunque vi fosse il turno come infermieri, incaricati all' assistenza dei confratelli più anziani, il chiamato era sempre lui. Perché sapeva ascoltare, compatire, dire quella parola che, il più delle volte,"vale più di una costosa medicina. Ma tutto questo non può essere che frutto di un impegno costante, sostenuto dalla grazia di Dio, ed illuminato dall'esempio e dalle parole della "sua Santina". Vivere in comunità, in qualsiasi comunità, religiosa e civile, è difficile e non di rado, doloroso. Gli uomini non differiscono soltanto per le loro note caratteristiche, ma per abitudini ed inclinazioni.La virtù, l'educazione, possono modificare, addolcire, ma non distruggere. Vivere quindi in buon accordo con tutti, compatirli, avere -- in una parola -- quell'equilibrio che attira l'ammirazione, la stima, l'affetto, è, prima di ogni altra cosa, frutto di una partecipazione dell' amore di Dio stesso. E P. Benigno fu amato. Ne è prova la testimonianza unanime di coloro che lo conobbero: "Anche durante lo Studentato - testimonia un suo compagno -- non vi è da notare alcunché di straordinario. In lui non mancò mai la buona volontà. Ai nostri motti alquanto sfottenti -- lo chiamavamo: "la Santina"-, rispondeva con il più largo dei sorrisi. Si commuoveva facilmente.Di animo squisitamente gentile, rispettava sempre la personalità degli altri. Il nostro corso era composto di elementi alquanto vivaci ed, ogni tanto, qualcuno combinava qualche marachella, che provocava le osservazioni dei Superiori. P. Benigno ci fu sempre solidale nei confronti dei Superiori, ma quando noi si eccedeva, sapeva intervenire anche con accenti forti, per richiamarci alla realtà della nostra vita religiosa."Nelle testimonianze ricorrono continuamente queste sue qualità: caritatevole, affabile, sincero, rispettoso... e amante della preghiera. Dai brevi appunti sulla sua vita, ci è lecito affermare che precisamente la preghiera fu la base della sua vita spirituale. Dalla preghiera traeva l'amore per i confratelli, l'umiltà, l'obbedienza, la sua serenità. Pregava senza preoccupazione, semplicemente. Nella preghiera, nello studio, nella sofferenza nascosta dal sorriso, nella disponibilità amabile verso i confratelli, fra Benigno giunge al giorno della sua Ordinazione sacerdotale.E finalmente il 26 Maggio 1935, attorniato dai familiari, a Piacenza, veniva ordinato sacerdote. Un anno dopo, nel Giugno del 1936, lo troviamo a Concesa (Trezzo d'Adda).Qui trascorre l'ultimo anno della sua vita: il più doloroso ed il più fecondo. I superiori gli affidarono l'assistenza della parrocchia del paese, in mancanza del parroco assente per malattia, e l'incarico di Vice Maestro dei Novizi. Per gli abitanti di Concesa bastarono quei pochi mesi per poterlo apprezzare tanto da non averlo dimenticato neppur oggi, a distanza di oltre cinquant'anni.Le testimonianze della sua bontà non si contano. "Era molto attento ai malati. Lui si riversava in tutti i modi. Aveva una bontà enorme. Non aveva alcun ribrezzo a presentarsi anche davanti ad uno del quale avrebbe potuto prendere anche lui quella malattia". "Una signora, che aveva in casa il cognato, deforme e non del tutto normale (Battistin), assicura che quelle mani che reggevano con tanta passione l' Ostia santa, non disdegnavano di sporcarsi, mentre la aiutavano a pulire quel poveretto". "C'era un piccola minorata che, quando vedeva P. Benigno, gli andava incontro saltellando, strappandogli la corona, tirandogli lo scapolare perché la guardasse e si interessasse di lei, anche quando stava parlando con persone di un certo riguardo". "Assistendo una giovane tubercolotica, si chinava su di essa, vicinissimo alla sua bocca, per capire le sue parole, noncurante del pericolo del contagio; al punto che la mamma, dopo la morte della figlia , vedendolo impallidire e deperire, diceva: "Quel povero ragazzo forse ha preso qualcosa da mia figlia!", addossandosi quasi la colpa: e non si tranquillizzò se non quando seppe che P. Benigno morì di tutt'altra malattia.""Durante la festività di S. Teresa, il portico adiacente al Santuario era pieno di pellegrini, e, tra questi, tanti zingarelli con le loro fogge sporche e malmesse. Una persona - che forse si credeva "per bene" - si mise a deridere uno di questi. Lui, P. Benigno, avvertendo il disagio del piccolo, lo accarezza e lo porta vicino alla bancarella degli oggetti del Santuario. Dice alla responsabile: "Dammi un dieci centesimi", che poi dona al piccolo: "Ora, torna a casa". Ancora. "In una famiglia della più povere venne a mancare un ragazzo, che dalla vita non aveva avuto mai nulla. L'indigenza e le continue sofferenze, avevano fatto di questa creatura un povero essere emarginato. Una componente della famiglia piangeva per l'impossibilità di una pur piccola offerta per i funerali. Quando il Padre seppe il motivo del pianto, la rassicurò. E quei funerali furono officiati come se si fosse trattato di un grande personaggio".Per un anno intero lo trovarono sempre pronto, di giorno e di notte, ad accorrere ad ogni chiamata, anche quando egli stesso era ormai minato nella salute. Aveva stimato la sofferenza come mezzo di elevazione a Dio; aveva confortato i suoi nelle loro prove; ne aveva fatto sorgente di apostolato fruttuoso; infine ne fa dono a Dio per il bene della sua Provincia religiosa. "Vicino alla morte -- si legge nella relazione del P. Gregorio, allora priore di Concesa - passò dall'offerta dei suoi dolori alla totale offerta della sua giovane vita al Signore, per il bene della nostra amata Provincia».Intanto la malattia, che da tempo lo tormentava e che i medici non riuscivano a diagnosticare, lo stava divorando. Stava soffrendo molto, ma lo nascondeva sotto uno sguardo sempre dolce e l'abituale sorriso. Era preparato al dolore e quasi se l'aspettava. Si deve "soffrire assai - aveva scritto - per la salvezza delle anime". La vita del Sacerdote non è diversa dalla via percorsa da Gesù: "è la via dolorosa". Il fisico, ormai allo stremo, crollò improvvisamente.

21 Ottobre: P. Benigno di S. Teresa di Gesù Bambino, già sofferente da parecchi mesi per dolori intestinali, si aggrava ed è costretto a letto. Nei giorni successivi, nonostante le cure, la situazione precipita. P. Benigno viene trasportato d'urgenza all'ospedale di Legnano. P. Cirillo, allora superiore del convento di Legnano: "Prima di entrare in sala operatoria il dott. Piccioni lo visita: vi trova un tale groviglio interno da esclamare: "Sfido chiunque a fare una diagnosi del male di questo Padre!". "Appena il professore incide - continua P. Cirillo, presente all'intervento - uno spruzzo di "pus" sporca dappertutto...Comincia subito la pulizia (allora non era stata ancora inventata la penicillina, e dovevano curare come potevano...). P. Benigno ebbe un sollievo al suo dolore, che era indicibile. Lo riportiamo in camera. Rinviene. Il P. Provinciale lo ha assistito per tutta la notte"..